Incontrarsi oltre le dimensioni


Esiste un “ponte” tra le dimensioni che permette di incontrarsi a dispetto del tempo, della distanza e della possibilità di utilizzare i sensi fisici o la tecnologia.


Appartiene a una saggezza che gli esseri umani hanno dimenticato, abbagliati da una scientificità che non considera i sentimenti e che valorizza soltanto le cose che si possono manipolare, riprodurre e misurare. Questa sapienza profonda se ne infischia delle scienze e della logica e parla direttamente alla parte invisibile ed emotiva di noi stessi.

Quando due persone si vogliono bene, stabiliscono un collegamento energetico che le unisce come un filo invisibile. Il legame tra loro diventa un radar interiore che le informa l’una dell’altra, senza bisogno di parole. Questa comunicazione, eterea e costante, appartiene all’amore e permette una comunione che si fa tanto più chiara e precisa quanto più la relazione è profonda.

Ci sono cose che gli occhi non possono vedere e che la mente non riesce a capire perché si conoscono soltanto con il cuore. L’amore genera unioni invisibili, e conduce a una condivisione più intima e profonda che qualsiasi altra forma di conoscenza.

L’unione emotiva ci porta a sentire interiormente lo stato d’animo dei nostri cari, permettendo uno scambio dei vissuti profondi. Per accedere a questa consapevolezza basta raccogliersi in se stessi e concentrare l’attenzione sulla persona con cui si vuole entrare in contatto, lasciando emergere le sensazioni interiori in un vuoto mentale libero dai pensieri, senza censurarle e senza interpretarle.

Le parole e la logica non servono, le percezioni raccontano con le emozioni e, a volte, con le immagini, la verità della vita emotiva. Per comprendere il linguaggio del cuore, bisogna sospendere il giudizio e permettersi di entrare in una realtà priva delle coordinate in cui ci muoviamo abitualmente.

La reciprocità dell’amore si manifesta in una dimensione della coscienza che non scorre nel tempo, ma esiste in una a-temporalità fatta di sensazioni e stati d’animo, e priva dei riferimenti con cui normalmente interpretiamo le cose. Purtroppo, l’abitudine a osservare sempre e soltanto la materialità degli avvenimenti, insieme all’uso costante dei parametri spazio temporali e delle nostre innumerevoli protesi tecnologiche, ci ha progressivamente disabituato a riconoscere la voce silenziosa che appartiene alla dimensione affettiva, rendendo difficile individuarne e interpretarne i significati.

Tutti presi a rincorrere il possesso di beni di consumo sempre più sofisticati e inutili, abbiamo lasciato che la concretezza si trasformasse nell’unica realtà che giudichiamo attendibile e abbiamo perso il contatto con la verità interiore e soggettiva che appartiene all’amore. Così, nel tempo, la conoscenza emotiva si è offuscata, portandoci a delegare alla materialità e alla tecnologia, la gestione di tutti i nostri rapporti.


Ma affidandoci radicalmente alla fisicità, abbiamo ottuso la saggezza del cuore, permettendo che un’esteriorità, fatta di apparenze e, spesso, d’indifferenza, sommergesse la verità. In questo modo nascondiamo il sapere dell’amore a vantaggio di una conoscenza oggettiva e limitata esclusivamente alle cose concrete.

Quando muore una persona cara, il legame energetico creato dall’amore che abbiamo condiviso nel corso della vita, non si spezza ma, al contrario, s’intensifica potenziando la reciprocità, a dispetto della perdita del corpo fisico. E mentre l’incontro fisico e il dialogo verbale non sono più possibili, l’unione si amplifica e il ponte affettivo creato durante la vita, permette la comunicazione interiore tra chi ha un corpo e chi non ce l’ha.

Tutti quelli che hanno attraversato il dolore del lutto, sanno che i nostri cari tornano sempre a incontrarci dopo la morte. Anche se nella cultura materialista c’è molto pudore a parlare di questi incontri, perché ci si vergogna di credere nell’invisibile e nell’amore. Gli esseri che non possiedono più un corpo, nonostante le nostre paure, lo scetticismo e le difficoltà di comprensione tra le dimensioni, si impegnano a costruire una relazione che, a dispetto della loro immaterialità, oltrepassi i limiti e le barriere della percezione esclusivamente materiale e fisica, permettendoci di vivere una sintonia nuova.

La scienza guarda con commiserazione la soggettività che caratterizza queste esperienze e, non potendole riprodurre nei suoi laboratori, ne deride l’esistenza dichiarandole altezzosamente consolazioni, buone forse per superare il dolore, ma del tutto irreali e frutto di pura fantasia.

L’amore, però, è soggettivo per natura, e poco incline a lasciarsi duplicare in esperimenti scientifici, vive da sempre in una realtà soggettiva che conosce d’istinto la verità e che per questo non può essere analizzata e vivisezionata, ma soltanto sperimentata in quello spazio interiore che caratterizza l’affettività.

Così, per ritrovare le persone che abbiamo amato e che con la morte hanno perso il proprio corpo fisico, dobbiamo correre il rischio di vivere un incontro senza conferme dal mondo esterno. Affidandoci soltanto all’esperienza interiore e assumendoci la responsabilità di ammetterne la veridicità sulla base della nostra certezza emotiva.

L’amore è un fenomeno soggettivo. Nessuno può stabilirne dall’esterno la validità. Soltanto chi lo prova può affermare l’autenticità del proprio vissuto e riconoscerne i sintomi nelle emozioni che vive.
Storie d’amore senza confini (qualche esempio)

Dopo i funerali del nonno, Massimiliano si addormenta pieno di tristezza e di ricordi, ma durante la notte un rumore lo sveglia all’improvviso… giusto in tempo per vedere il nonno che entra nella stanza volando a braccia tese e chiamandolo a gran voce: “Andiamo, andiamo, dormiglione!!! Non perdere tempo! Voglio portarti a fare un giro!”

Così dicendo, il vecchio gli tende la mano e Massimiliano, ancora sotto shock per la sorpresa, allunga la sua lasciandosi trasportare in un volo senza peso fuori dalla finestra. Oltre le case, la piazza, il paese… e le dimensioni! “Era così reale che sono certo di non essermelo sognato!” Racconta alla mamma l’indomani mattina.

* * *

Annalisa deve essere operata. La notte, in ospedale, non riesce a prendere sonno e si agita nel letto in preda alla paura e ai cattivi presentimenti. Le sue compagne di stanza dormono tutte, quando in punta di piedi un infermiere si avvicina e, con dolcezza, la rassicura: “Stai tranquilla, bambina, andrà tutto bene! Non c’è nulla di cui avere paura, siamo in tanti a proteggerti e ad aiutarti in questo momento difficile e il tuo futuro è pieno di cose belle che ancora devi vivere e condividere con le persone che ami. Dormi serena, presto sorriderai ripensando a questo momento.”

Annalisa si addormenta di colpo, ma l’indomani mattina, durante i preparativi per l’intervento, domanda il nome dell’infermiere che ha saputo tranquillizzarla così bene. Le infermiere, però, la guardano divertite: “La paura fa brutti scherzi! Devi aver sognato, Annalisa! In questo reparto non ci sono uomini, né tra il personale né tra i ricoverati!”

* * *

Dopo la morte della mamma, Giada non si dà pace. “Dove sei mamma? Dove sei finita? Non posso credere che non ci sia più nulla! Aiutami a ritrovarti! Voglio sapere cosa succede dopo la morte…” Un pensiero guizza veloce nella mente e raggiunge il suo cuore: “Non posso… se continui a soffrire così, devo andare via… ogni volta che mi avvicino le tue lacrime mi allontanano…”

Giada sente con certezza la presenza della mamma. Eppure nella stanza non c’è nessuno. A fatica ricaccia indietro i ricordi e il dolore. E improvvisamente il suo abbraccio l’avvolge in una meravigliosa unione. “Sono con te e anche dappertutto. Hai bisogno di abituarti al mio cambiamento e apprendere a conoscermi per ciò che sono adesso. Se vuoi trovarmi, devi permetterti di dimenticare quello che sai e imparare da capo, come fanno i bambini. I ricordi che ti sorprendono all’improvviso, sono come una firma e servono soltanto a indicarti la mia presenza. Se scivoli nella mancanza mi allontani, ma se lasci che il tuo cuore si apra, possiamo incontrarci. La vita non ha inizio né fine, figlia mia. Tutto è sempre cambiamento”.

Articolo della Dott.ssa Carla Sale Musio

Sito web dell’autrice: http://carlasalemusio.blog.tiscali.it

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